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La vita è questo scialo di tristi fatti, vano più che crudele. E la vita è crudele più che vana.
Italia oggi
post pubblicato in diario, il 21 maggio 2009


 

Leggo su internet e riporto integralmente su questa pagina un intervento per me assai condivisibile.

In calce, per chi fosse interessato, c’è il nome ed i link per contattare l’autore

Intervento: Stupri e strategia della tensione

Non dimentichiamo che l'Italia è stato il Paese della strategia della tensione, dei massacri a suo tempo attribuiti al terrorismo di destra (Milano,Bologna,Italicus,Brescia.... Ora quasi in contemporanea apprendiamo, con grande rullare di tamburi ,( un risalto massmediatico che non si sentì nonostante la notorietà della vittima in occasione del rapimento e dello stupro "politico" di Franca Rame) apprendiamo che si sono consumati tre stupri: a Milano, a Bologna, a Roma. Tutti attribuiti a stranieri rumeni o nordafricani. Ora spero che gli stupratori vengano subito acciuffati, consegnati alla giustizia e che di loro si sappia tutto.Dal momento che questi stupri giustificano provvedimenti di urgenza de governo che comprendono anche le ronde del far west, dal momento che la posta in gioco è enorme e riguarda la libertà non solo degli stranieri ma di noi tutti italiani, esprimo qualche riserva e chiedo approfondimenti. Può darsi che uno o due degli stupri siano stato realmente consumato da un delinquente e un altro sia stato "organizzato" per fare "massa critica". . per generalizzare a tutto il territorio ed a tutti i clandestini l'accusa; può darsi che qualcuno si stia spendendo per creare un clima di terrore nella popolazione. Che cosa può essere peggiore di uno stupro compiuto da uno straniero? (anche se la legge italiana non lo riconosceva tra i delitti contro la persona ma soltanto contro la morale?) Tuttora la parola stupro non viene adoperata dal Codice Penale che parla di violenza sessuale. Questi stupri intervengono all'indomani della visita di una delegazione di parlamentari europei ai lagers di Lampedusa. C'è un legame tra il tipo di lotta alla clandestinità fortemente voluto dal governo e gli stupri subiti in tre importanti città italiane? I massmedia martellano fortemente l'opinione pubblica e danno un risalto di mera "conseguenze" alle aggressioni subite da cittadini stranieri.La deriva securitaria progettata ed eseguita dal governo trova qualche riscontro nella politica del PD che dà per scontata la risposta repressiva e si limita a non accettare le ronde cioè la milizia politica della destra che passo dopo passo finirà con l'essere riconosciuta dal governo come il regime di Mussolini riconosceva la milizia delle camicie nere. Insomma, nel paese dei veleni, degli intrighi, della P2, dei servizi segreti deviati, bisogna prendere certe notizie con le pinze specialmente quando hanno un grosso, grossissimo "cui prodest"!

L'Italia è diventato un brutto posto per tutti. E' , credo, l'unico paese europeo in cui il Governo produce odio in quantità industriali contro tutti: contro i clandestini che arrivano a Lampedusa, contro i rom ai quali saranno prese le impronte dal momento che Maroni è rimasto insoddisfatto del rilevamento fatto dalla Croce Rossa, contro gli statali definiti fannulloni da un Ministro demagogo .Un governo che predica la cattiveria,che decide di schedare i barboni, autorizza le ronde per legge magari pensando di darne il monopolio alla Lega, diffonde un clima di insicurezza, di odio profondo, di caccia al diverso. Questo comportamento irresponsabile e demagogico viene esaltato da una situazione di crisi economica e sociale che determina uno stato di disagio diffuso, spinge la gente a chiudersi, ad essere intollerante. Campagne periodiche di diffamazione e di odio vengono fatte dai giornali contro gli anziani che si fanno mantenere dai giovani, contro i lavoratori a tempo indeterminato che sono privilegiati rispetto i precari, contro i meridionali che vivono di espedienti e cosi via. I lavoratori Alitalia che sono stati dimezzati di diecimila persone ora in cassa integrazione sono stati lungamente e velenosamente attaccati per i "privilegi" della loro professione. I licenziati oggi cassaintegrati vengono considerati con astio parassiti....Quasi tutti i giornali si sono prestati a questa rappresentazione della realtà aiutati spesso di economisti politologi di grido del tipo Ichino, Monti, Boeri. La Bocconi di Milano è diventata la centrale della demolizione dei diritti del lavoro.

Gli stupri commessi in questi giorni e sui quali i massmedia hanno organizzato una campagna assordante contro gli emigrati in Italia e contro i clandestini sono maturati in una realtà sempre più disgregata ed in un clima di crescente criminalizzazione dei poveri. C'è una scelta politica alla base dell'enorme risalto che è stato dato a episodi certamente di intollerabile violenza, risalto che non è stato dato e non viene dato in casi altrettanto gravi di delitti compiuti da italiani. Aldo Cazzullo, una delle penne più usate dal Corriere della Sera, si è spinto stamane a "prima pagina"ad affermare che lo stupro ad opera di un clandestino è "politicamente" p'iù grave dello stupro del vicino di casa o dell'amico di famiglia.

Ha sbagliato ieri la destra ad attribuire al centro-sinistra la violenza che cresce nelle città. Sbaglia oggi il PD ad accusare Alemanno di lassismo. La violenza nasce nel territorio incontrollato ed abbandonato. Non esiste una politica per il recupero delle periferie sempre più fatiscenti, prive di verde e di servizi, spesso al buio e non esiste sopratutto una politica di buon rapporto e di responsabilizzazione delle comunità di immigrati. Se i consigli circoscrizionali aprissero un rapporto con le comunità di stranieri che si sono insediate nel loro territorio assieme a queste potrebbero gestire al meglio i problemi della sicurezza. Quando il Governo incoraggia la formazione di ronde naturalmente fatte da soli italiani e l'uso dell'esercito innanzitutto dichiara di non essere in grado di usare il monopolio del potere repressivo, compie una scelta che fa regredire l'Italia ed ottiene il risultato di rinfocolare soltanto l'odio. L'Odio sta diventando il tratto più significativo della politica del governo e della destra. C'è una deformazione della realtà per avallare la xenofobia. I dati testimoniano di una violenza contro le donne che è assai più grave e diffusa di quanto si creda.

"In particolare, nel 2007, sono state uccise 126 donne: 44 dai mariti, 11 dai fidanzati o dai conviventi, nove dagli ex mariti e dagli ex fidanzati, dieci dai figli e 14 da sconosciuti. Dati che si aggiungono a quelli di un'indagine Istat dello scorso anno, secondo la quale quasi sette milioni di donne sono state vittime di violenza. La maggior parte (oltre sei milioni) sono state aggredite dal partner."

Gli stupri vengono strumentalizzati a favore di un governo sempre più autoritario, sempre meno soggetto al controllo del Parlamento, proteso ad eliminare l'autonomia della Magistratura. L'obiettivo è ricondurre i tre poteri fondamentali legislativo, esecutivo e giudiziario in una mano sola: quella del Governo. L'obiettivo è anche una progressione erosione del potere attribuito alla Costituzione al Presidente della Repubblica è magari giungere ad una soppressione di una delle due figure di Capo dello Stato e Capo del Governo. Forse la destra e tutta la borghesia che la sostiene con i suoi giornali vogliono appunto giungere al più presto ad un risultato di "semplificazione" del governo del Paese. La democrazia ha una complessità che la destra vuole abolire a vantaggio di un regime in cui tutto il potere è nelle sue mani.La violenza dei criminali stranieri viene usata come una clava per bastonare tutti.Per giustificare i lagers dove imprigioniamo i clandestini, lo sfascio della scuola e della sanità, la riduzione del welfare e delle libertà. Lo scrittore Erri De Luca diceva ieri sera a Fabio Fazio: clandestino o autorizzato sono termini inaccettabili: gli uomini non si debbono distinguere in queste categorie. Come in un treno a vapore si dà velocità alla locomotiva introducendo sempre più palate di carbone a ritmo sempre più frenetico, cosi in vista del varo della vergognosa legge razzista sulla sicurezza aumentano le campagne di stampe per convincerci tutti che viviamo in una giungla, che non dobbiamo essere "buonisti", che bisogna usa il bastone ed una sana cattiveria.

Pietro Ancona

http://medioevosociale-pietro.blogspot.com/
www.spazioamico.it

Una...
post pubblicato in diario, il 7 maggio 2009



...mia cara amica, curatrice di una bella pagina su questo blog mi ha chiesto a bruciapelo cosa pensassi della Sig.ra Veronica Lario.

Mi sono trovato in leggero imbarazzo nel dover formulare un pensiero compiuto sulla vicenda.  Da un lato ritengo che abbia atteso anche troppo e che forse avrebbe dovuto fare un passo deciso e preciso già ai tempi della sua lettera aperta a la Repubblica visto che era ormai entrata nella dimensione di un conflitto che coinvolgeva la sua etica di donna e di moglie. In realtà, però, credo davvero che la rottura di un legame forte come quello che c’è stato tra i due coniugi non sia un passo che si compie a cuor leggero e non posso giudicare con serenità dei sentimenti altrui.

Mentre, riguardo la dimensione “pubblica” che ha in questi giorni preso la vicenda, provo una tristezza profonda per come la signora Lario viene trattata sia dalla stampa dell’imprenditore Berlusconi (quella prima pagina di Libero con Veronica sbattuta lì con le enormi tette nude e cadenti, l'ho vissuta come un'offesa) ma anche la TV pubblica pagata anche da me.
L'altro ieri mi è risultata insopportabile l'apertura del TG1 con stralci di Porta a Porta nei quali il premier, con la pietosa e silente presenza del suo factotum Bruno Vespa, forniva senza possibilità di alcun contraddittorio le sue menzognere versioni sul complotto della sinistra.

Chiunque abbia letto un giornale sa che la polemica sulle “veline candidate” è stata avviata da Fare Futuro, organizzazione che fa capo al Presidente Fini il quale, anche se recentemente prende posizioni molto più vicine alla sinistra che alla destra in materia di diritti civili, non può essere certo classificato come pericoloso comunista o simpatizzante tale
Penso che ormai sia possibile vedere solo il TG3 o, se uno arriva tardi a casa, quello de LA7.
Lo stesso spettacolo offerto martedì sera a Ballarò da Bondi e Rossella (ha fatto bene Franceschini a ricordare che quest’ultimo interveniva a difesa del proprio datore di lavoro) risultava preoccupante anche a fronte di sondaggi che vedono ancora il premier godere di una indiscussa approvazione da parte della maggioranza degli italiani.

 Insomma cara amica, provo una soverchiante tristezza per come questo nostro Paese si sta asservendo ogni giorno di più ad una devastante ideologia populista.

L’importante è mantenere le nostre sacche di resistenza ed un po’ di mente libera

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permalink | inviato da Lavitaèquestoscialo il 7/5/2009 alle 8:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
Perchè mi preoccupa ?...
post pubblicato in diario, il 24 aprile 2009


 

…il fatto che su uno dei giornali di Berlusconi, un giornalista come Veneziani alla vigilia del 25 Aprile trovi lo spazio per scrivere un articolo con il quale illustra motivi per cui non può dirsi “antifascista”.

Ora, pur addolorato per Veneziani che resta innamorato del fascismo in nome di un ministro e dei muratori che hanno tirato su alcune case all’Aquila, avrei una gran voglia di dire perché io mi sento profondamente antifascista ma l’elenco, ahimé è troppo lungo e forse anche un po’ scontato per alcuni dei visitatori di questo Blog.

Resta profonda la mia preoccupazione per il fatto che il possessore del gruppo mediatico più imponente dia voce sui suoi giornali a questi rigurgiti che, proprio perché fuoriusciti alla vigila della giornata dedicata alla Liberazione, emanano un odore più cattivo del solito.

NON CE LO MERITIAMO...oppure si?
post pubblicato in diario, il 21 aprile 2009


NON CE LO MERITIAMO…oppure si?

Un ministro della Difesa che obietta sul “colore politico” dei partigiani che parteciparono alla Guerra di Liberazione, riscattando l’onore di un’Italia asservita all’alleato nazista non credo che gli italiani se lo meritino.


Eppure un dubbio mi è venuto scorgendo oggi sulle prime pagine dei giornali on line, i flebili comunicati di protesta affidati a politici di terza e quarta fila.

Io, come cittadino sono fortemente indignato, mi tornano alla mente i filmati delle nostre città nelle quali i partigiani stanavano nazisti e fascisti dai loro rifugi intimando loro la resa, Milano, Genova, Firenze e Bologna, Torino e centinaia di piccoli centri conobbero i volti smagriti e decisi di uomini che avevano forgiato in montagna la loro coscienza democratica.

Erano uomini, comunisti e socialisti delle Brigate Garibaldi, repubblicani e liberali di Giustizia e Libertà, ma anche monarchici o semplicemente antifascisti.

Nella loro memoria ancora oggi occorre che, chi può, da noi singoli cittadini a chi ha più dirette responsabilità per il proprio ruolo nella società, facciamo sentire con ogni mezzo la nostra indignazione.

Credo che un bel po’ di mail al poco onorevole Ignazio La Russa potrebbero rappresentare il profondo disagio che proviamo nell’essere suoi connazionali.

NON ARRETRARE
post pubblicato in diario, il 9 aprile 2009



Questo Blog è “fermo” da Novembre 2008.

Quando avevo tentato di rientrare in un circuito di comunicazione attraverso questo strumento, dopo l’esperienza positiva di Caro Diario, ritenevo di avere il tempo per farlo ma, come la vox populi ricorda nella sua infinita (ed a volte un po’ noiosa) saggezza il tempo è tiranno” e quindi decide lui per tutti noi.

Fatto è che, nonostante la voglia e la buona volontà, il diotempo è riuscito ad impedire il mio affacciarmi dalle finestre di questo Blog.

Grande è stato il mio stupore nel vedere oggi che queste povere ed abbandonate pagine avevano avuto più di duemila contatti.

Ora, però, ho voglia di tentare di nuovo e chiedo al  diotempo di essere più indulgente nei miei confronti.

Per giustificare questo voler tornare, non credo di dover spendere troppe parole (rischio che con me è sempre vivo). La situazione del nostro Paese mi sembra sempre più sul punto di scivolare verso una rassegnata passività agli eventi, verso un diffuso arrendersi al bisogno di un “capo” uno che decida per tutti e rapidamente.

Quando questo clima inizia ad essere avvertibile credo occorra ogni sforzo da parte di chiunque abbia a cuore la democrazia per impugnare una simbolica pala e scavare una trincea virtuale dove sistemarsi con l’intenzione di NON ARRETRARE.

Non arretrare dai propri principi, non cedere alla sfiducia, non adagiarsi in una sdegnata indifferenza pensando che qualcun altro si preoccuperà di rappresentare il nostro disagio.

Ecco perché scelgo di pubblicare per prima cosa i versi che aprono un piccolo prezioso libro che parla alla nostra memoria: “Se questo è un uomo” di Primo Levi.

Invito, chiunque avrà la pazienza di leggere o rileggere questi versi, a tornare magari più volte sulle stesse parole perché lascino un segno nell’animo.

Se questo accadrà sarà come vaccinarsi contro il pericolo di dimenticare a cosa può portare l’indifferenza, quel drammatico sonno della ragione che ha aperto le porte, in un passato per nulla lontano, ai demoni che sempre si annidano dietro l’accattivante volto del “pensiero unico”. 


Voi che vivete sicuri

Nelle vostre tiepide case,

Voi che trovate tornando a sera

Il cibo caldo e visi amici:

Considerate se questo è un uomo

Che lavora nel fango

Che non conosce pace

Che lotta per mezzo pane

Che muore per un sì o per un no

Considerate se questa è una donna,

Senza capelli e senza nome

Senza più forza di ricordare

Vuoti gli occhi e freddo il grembo

Come una rana d’inverno.

Meditate che questo è stato:

Vi comando queste parole.

Scolpitele nel vostro cuore

Stando in casa andando per via,

Coricandovi alzandovi:

Ripetetele ai vostri figli.

    O vi si sfaccia la casa,

    La malattia vi impedisca,

    I vostri nati torcano il viso da voi.



Una questione dibattuta
post pubblicato in diario, il 15 novembre 2008


Ad un certo punto della vita, si abbiano vent'anni o cinquanta, se siamo la seconda metà di una coppia, quasi inevitabilmente ci troviamo esposti alla tentazione di aprire la porta della nostra anima ad un nuovo visitatore.
C'è chi quella porta la apre con spensierata leggerezza e c'è chi, invece continua a guardare dallo spioncino senza decidersi ad aprire.
Nel primo caso, può accadere che il visitatore porti con se un soffio di aria nuova, e regali ai nostri occhi nuovi colori dei quali ornare la nostra anima ma anche che il soffio divenga bufera così forte da sconvolgere un'esistenza sino ad allora tranquilla. Ecco allora che, passata la tempesta e contati i danni ci si senta assaliti dai rimorsi.
Nel secondo caso, invece, lasciando la porta eternamente chiusa ci si può abituare a respirare l'aria un po' stantia ma tranquilla della casa senza più ricordare le fragranze che la primavera porta con se ed allora quando, inesorabile, viene l'autunno della vita ci si può ritrovare a coltivare solo dei rimpianti.
La scelta tra un rimorso ed un rimpianto può sembrare scelta non facile ma l'esperienza mi dice che, con il tempo, i rimorsi si attenuano mentre i rimpianti divengono grida dolorose.

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permalink | inviato da Lavitaèquestoscialo il 15/11/2008 alle 18:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
Una piccola notizia
post pubblicato in diario, il 9 novembre 2008


Oggi, domenica assolata di Novembre, mentre pulivo, sgusciandone accuratamente i gambi, un cespo di puntarelle (per chi non vive a Roma si tratta di una delle quaranta qualità di cicoria che insistono nell'area mediterranea) ed aspettavo iniziasse la rubrica di Daverio "Passepartout" sul terzo canale tv, ho scoperto grazie ad un servizio di una rubrica che abitualmente non seguo, che a Torbellamonacana, una delle periferie più degradate della mia citta, esiste una stuttura poliambulatoriale dove medici volontari, in prevalenza donne, curano chiunque ne abbia bisogno, senza chiedere se ha soldi, documenti, se è un clandestino o semplicemente un povero, senza guardare colore della pelle e condizione sociale.
Questo gruppo di medici coraggiosi ha trattato in due anni oltre settemila persone, aiutando a partorire, dando medicine a chi non le può comprare, medicando infezioni, diagnosticando malanni.
Mi ha colpito la pulizia del luogo, l'affaccendarsi di questi volontari in camice bianco, la serena riconoscenza dei malati intervistati ma, più di tutti, mi rimene addosso la frase con la quale una delle dottoresse ha chiuso la sua intervista: "il nostro lavoro serve a ricordare perchè si sceglie di fare il medico".
Cosa aggiungere?
Un nuovo giorno...
post pubblicato in diario, il 6 novembre 2008


 

 

…sono parole che erano dentro una canzone di Baglioni e che mi sono tornate alla mente con il loro seguito… “un giorno nuovo”.

Si, questo motivo del “nuovo” è dominante il giorno dell’elezione di un afro-americano alla presidenza del più importante ed ingombrante Paese del mondo.

Come al solito i giornali del proprietario non perdono occasione, anche per l’elezione del Presidente americano di spargere polemica verso l’opinione pubblica di sinistra che in Italia ieri ha sicuramente sentito un po’ “sua” questa vittoria.

“HANNO SCOPERTO L’AMERICA” titola Il Giornale di Berlusconi con la manifesta voglia di accusare la sinistra di aver voltato gabbana, di non considerare più l’America come fonte di ogni male.

Il provincialismo della destra sporca (per fortuna ne esiste anche una pulita) italiana è davvero impagabile.

Ogni occasione deve essere utilizzata per una polemica, spesso rozza, mirata sul cortile di casa; anche in questo caso un avvenimento di portata davvero planetaria si riduce a polemica con gli avversari politici di questa piccola parte del mondo.

Se poi vogliamo entrare nel merito, da persona certamente di sinistra, posso confermare che non ho amato molti dei governi americani, quelli che finsero di essere aggrediti nel golfo del Tonchino per scatenare una guerra d’aggressione al Vietnam, quelli che appoggiarono il cileno Pinochet in un golpe che provocò l’assassinio di un Presidente democraticamente eletto, ed anche il governo presieduto da G.Bush che ha mentito al mondo intero sulle armi di distruzione di massa in possesso degli irakeni per aggredire un Paese che certo non mi era simpatico ma che aveva il diritto di autodeterminare la propria politica.

Ho amato, per averne studiato le politiche, altri governi americani a partire da quello di Lincoln e Roosvelt fino al Kennedy di “Ich bin ein Berliner” e singoli atti di altri più recenti.

Quello che voglio dire è che io, e come me molte delle persone che conosco, sono in grado di distinguere tra popoli e governi. Non fosse così dovrei prendermela da italiano con gli italiani che mi hanno nuovamente costretto ad obbedire ad un governo che disistimo profondamente.

L’America ieri l’altro ha voluto dare un segnale forte ma certo non di per sé risolutivo di voler cambiare pagina, di voler misurarsi con i problemi della pace e della guerra, dell’ambiente, della povertà interna e mondiale in un modo diverso da quello egoista e gretto impersonato dall’amministrazione Bush.

Ritengo non sarà un percorso facile e certamente negli atti del Presidente Obama vivranno contraddizioni che faranno male al mio cuore democratico. Ho la consapevolezza, però che non sono sempre i Presidenti a fare la politica del mondo ma è il mondo a determinare spesso la politica dei Presidenti.

Quello che oggi, comunque, mi spinge a queste righe di riflessione è ancora una volta il mio scoramento dinanzi all’ennesima prova di piaggeria data da testate come Libero e Il Giornale verso il loro padrone-editore-Presidente del Consiglio.

Vorrei chiudere queste righe con una riflessione/domanda: il nuovo Presidente americano nel corso del suo mandato sarà probabilmente ospite del Consiglio d’Europa; l’On.le (si fa solo per dire) Borghezio che disinfetta i sedili dei treni dove si è seduta la gente di colore, andrà a disinfettare anche il palco dal quale avrà parlato il Presidente degli Stati Uniti d’America ?

Un altro racconto
post pubblicato in Racconti, il 4 novembre 2008


 

Un racconto di Lavitaèquestoscialo

GAGARIN

Luca guidava distratto, imboccando Ponte Garibaldi in direzione di Trastevere.

I pensieri erano tanti, affollati nella testa come bruscolini in un cartoccio, aveva ancora il polso indolenzito per le cambiali firmate. Ma come poteva un rappresentante di stile girare per Roma con gli autobus o con la Vespa, con cataloghi, borsa, moduli sempre azzeppati dentro qualche contenitore d’emergenza o sotto il braccio.

L’incarico che aveva avuto era importante; rappresentante esclusivo della Perugina per la zona di Monteverde Nuovo/ Magliana.

Zone in espansione, quartieri nuovi e popolosi dove aprivano bar e tabaccherie quasi ogni settimana. L’unico problema era che la gente si ritrovava piena di debiti per aver comprato casa e quando il figlio chiedeva cioccolatini le mamme lo tiravano via dal bancone. Basta il latte per crescere, il cioccolato non serve.

E allora le commissioni erano poche.

“vedrai, che col tempo” gli diceva il direttore delle vendite, “anche quella zona diviene stabile, ora cominciamo a fare scenette per Carosello e da qui ad un anno vedrai le vendite”.

Da qui ad una anno, ma intanto aveva lasciato la zona di Frosinone dove il guadagno bastava a tirar su la famiglia senza troppe preoccupazioni; sua moglie Gina non aveva molte esigenze, un vestito l’anno e le calze se le rammendava da sola; Andrea e Roberta erano ancora abbastanza piccoli per contentarsi di quello che c’era e quando lui cambiava campionario era una festa di dolci e caramelle.

Ora, però Gina se ne moriva di tornare a Roma dove aveva la famiglia e confidava nei suoi buoni guadagni per realizzare questo sogno.

Buoni guadagni. Se avesse dovuto pagarsi da dormire e mangiare, invece che appoggiarsi a casa dei suoceri, nel mobile letto in corridoio, avrebbe dovuto fare debiti, altro che metter da parte soldi.

Ora, i guadagni degli ultimi tre mesi, tolta la cifra passata a sua moglie, se ne erano andati tutti per l’anticipo della ‘600.

E solo dio sapeva quanto gli occorressero scarpe nuove ed una camicia senza il collo ed i polsi sfilacciati.

Era assorto in questi non tranquilli pensieri quando, giunto a Piazza Sonnino vide diversa gente radunata davanti l’edicola dei giornali.

“qualche disgrazia” pensò tra se, le edizioni straordinarie difficilmente erano per le buone notizie. “Qualche altra crisi internazionale” era vivo il ricordo della crisi di Cuba, della guerra sfiorata.

A viale Trastevere, all’altezza dell’edicola dopo il San Gallicano, l’ospedale dei vecchietti, vide altri gruppi di persone ferme davanti al giornalaio ma i loro corpi coprivano le tabelle di legno su cui erano stati attaccati i giornali.

Fermarsi lì, neanche a pensarci, passavano troppi autobus ed il comando dei vigili urbani era a pochi metri.

Girò a destra per dirigersi all’edicola all’angolo di Via Natale del Grande, il chiosco di Enzo, il suo ex compagno di scuola e di sua moglie Gabriella.

La prima cosa che Luca vide arrivando su Via Merry del Val, fu, anche lì, un capannello di gente intorno all’edicola . C’era spazio per parcheggiare davanti al Novocine la sala di terza visione del quartiere che per tutti i trasteverini era semplicemente "er Pidocchietto” e con attenzione inserì la sua ‘600 nuova di zecca tra una 1400 fiat ed un’altra ‘600 più vecchia della sua.

Calcolò lo spazio con cura per mettersi ad una distanza equidistante dalle altre due vetture in modo che, se i proprietari di una delle auto in sosta fossero arrivati mentre lui era via, aprendo gli sportelli delle loro macchine, mettendo anche solo un filo d’attenzione, non avrebbero urtato le fiancate della sua. Registrò nella mente di dover comprare al più presto quei rifili di gomma che servivano proprio a proteggere gli sportelli della macchina da urti contro muri o altre vetture.

Mise la forcella antifurto e scese dalla ‘600 controllando per l’ennesima volta che tutto fosse in ordine, fuori e dentro la macchina. La carrozzeria di un bel color crema rifletteva i raggi del sole d’aprile come uno specchio; il suo stesso profilo di uomo più vicino ai quaranta che ai trenta dalle folte sopracciglia nere seguiva la curva del tetto della macchina allungandogli un poco il mento che invece era abbastanza regolare, solo poco poco sfuggente ma bastava un’ombra di barba per dargli l’inclinazione corretta.

Si avviò incuriosito verso l’edicola. Enzo il giornalaio stava issando la sua considerevole mole sul panchetto di legno tenendo tra le mani un nuovo giornale appena arrivato in edizione straordinaria cercando di inserirlo tra gli altri già esposti e sostenuti alla tettoietta di metallo dell’edicola con robuste mollette di legno.

Era “Il Tempo” giornale di destra della capitale che, nonostante avesse intitolato in maniera un po’ più sobria degli altri, non poteva far altro che sparare a nove colonne la notizia.

“Un uomo è stato lanciato nello spazio, è un russo. Si chiama Gagarin”, le edizioni straordinarie del Paese Sera e dell’Unità avevano titoli giganteschi, Luca non ricordava d’aver mai visto caratteri di stampa così grandi, l’Unità, in particolare ci teneva a gridare la sua soddisfazione perché l’uomo che era nello spazio come diceva sinteticamente il titolo “è un sovietico”.

Un sovietico, non un russo, un uomo nuovo formatosi nella patria dei soviet che tanto stava dando alla scienza ed al progresso umano, dallo sputnik, a Laika la cagnetta ed ora ecco lì, un uomo più in alto di dove mai nessuno era mai arrivato. La scienza socialista razionale e positivista stava cambiando le sorti dell’umanità, passo dopo passo, inesorabilmente verso l’avvento del sol dell’avvenire.

Luca non poteva fare a meno di sentirsi anch’egli turbato come la gran parte della gente che si era radunata a leggere i titoli o i capannelli di persone che si formavano intorno a chi, avendo comprato il giornale ne sfogliava le pagine interne avido di notizie.

Ma le notizie erano poche, quasi tutte concentrate nei titoli, radio Mosca aveva dato l’annuncio la mattina a missione compiuta e ben poco altro si sapeva su Gagarin se non che era un militare con il grado di maggiore e che il suo nome di battesimo era Yuri che in russo significa Giorgio.

Luca decise di investire cinquanta lire nell’acquisto del giornale e comprò Paese Sera dopo aver salutato Enzo che, da militante del PCI non stava più nella pelle per la contentezza di quest’ulteriore passo avanti dei sovietici nella competizione con gli americani, tornò lentamente verso la macchina non omettendo di controllare con lo sguardo che fosse lì al suo posto e che nessun pericolo la minacciasse.

Appena arrivato davanti la portiera ed inserita la chiave nella serratura si sentì apostrofare da una voce femminile:

“scusi, che me lo darebbe un passaggio?”

Luca guardò in direzione della voce, appena un poco sopra la sua spalla sinistra incontrando due bellissimi e spalancati occhi azzurri, incorniciati da un caschetto di capelli neri come carbone, talmente neri da mandare bagliori metallici sotto il sole primaverile.

In un attimo Luca notò anche le labbra carnose d’un color rosa naturale ed i bianchissimi denti che si lasciavano intravedere.

“che bella” pensò tra se, ”ma quanti anni avrà?”

In effetti la ragazza sembrava molto giovane, si e no sui 18 19 anni

“ma”, pensò Luca, “potrebbe averne 21 e mostrarne di meno”

“dove devi andare?” la domanda era posta con indifferenza ma Luca sperava davvero che la risposta lo agevolasse, che la bella sconosciuta gli desse una direzione possibile, vicina alla sua direttrice di marcia verso la stazione di trastevere.

“a Monteverde” la ragazza lo guardava negli occhi con una espressione di innocente attesa, “ho appena visto passare il filobus ed ho paura che un altro mi faccia aspettare a lungo;” poi subito, come per giustificare la sua sfacciataggine, “se torno tardi in Istituto, la suora mi punisce”

Luca esitò solo un secondo, il tempo di farsi venire in mente un tragitto che da Monteverde lo riportasse alla stazione di Trastevere, tragitto non difficile, in quanto se giunto a Monteverde fosse arrivato fino al Viale dei Quattro venti in poco tempo si sarebbe ritrovato sulla gianicolense, allungando si e no di dieci minuti sul percorso più breve.

“Va bene, sali,” ed intanto entrava nella macchina allungandosi per far scattare la sicura dell’altro sportello “non mi sono simpatiche le suore che puniscono le ragazzine”.

“Grazie, grazie, lei è molto gentile” la ragazza svelta passò davanti al muso della macchina per aprire lo sportello e scivolare rapidissima all’interno.

Luca, senza darlo a vedere, mentre inseriva la chiavetta nella forcella antifurto, osservava le gambe dalle caviglie sottili che allungandosi per prendere posizione lasciavano vedere alla fine del plissettato della gonna, ginocchia tornite belle a vedersi.

Sotto il giacchetto di lana della ragazza, che copriva un grembiule scuro, si intuiva un seno alto e ben fatto. Il quadro d’insieme era veramente gradevole, una ragazza che, pensò Luca gli sarebbe piaciuto incontrare qualche anno prima.

“stò diventando davvero vecchio” pensò tra se “se ora mi metto a rimpiangere un incontro”.

Avviò il motore della macchina che rispose pronto alle sue sollecitazioni; non poteva fare a meno di aspirare a fondo per gustare il profumo di nuovo che veniva dalla tappezzeria rossa e crema della ‘600. Gli stessi tappetini di gomma odoravano di fabbrica. Gli era costata una montagna di cambiali da 30.000 lire ognuna ma ne era valsa la pena, una macchina era il sogno della sua vita.

"hai saputo dell'uomo nello spazio?"

"si, ho visto i titoli dei giornali" un attimo di pausa, "è incredibile"

"Non ci sono più limiti a quello che si può fare con la scienza" Luca quasi parlava a se stesso. Poi, d'improvviso sentì il bisogno di tornare sulla terra verso quel corpo femminile seduto al suo fianco.

“In quale Istituto stai?”

mentre ingranava la retromarcia guardava il profilo della ragazza sentendo accelerare i battiti del cuore ed uno strano calore salirgli nella gola.

“al befotrofio”

la ragazza guardava avanti a se come quando non si vuole far scorgere all’altro un lampo d’emozione che sappiamo passarci negli occhi

“sono cresciuta lì”

“Mi dispiace”

Luca si sentì imbarazzato e nello stesso tempo contento, come se la condizione della ragazza, orfana e senza famiglia la rendesse più vulnerabile , sottintendesse ad un desiderio di protezione.

“succede a tanti, sa?” “ci sono più di trecento ragazzi la dentro.”

“e fino a quando ci dovrai rimanere?”

“altri quattro anni, finchè non sarò maggiorenne”

“Gesu’” pensò Luca, “ha solo diciassette anni”, “venti meno di me”

“dimostri più degli anni che hai” Luca fermò la macchina al semaforo davanti Frontoni, dove si poteva comprare la più buona pizza da forno di Trastevere.

“è vero, ma purtroppo non vale per potermene andare”

la ragazza ora lo guardava con attenzione, Luca ne sentiva lo sguardo esplorargli il profilo del viso, intento nella guida, in attesa del verde al semaforo.

Quell’essere osservato lo metteva in imbarazzo, nervosamente mise una mano nel taschino della giacca e tirò fuori il pacchetto di Super con filtro, e dopo aver battuto il fondo del pacchetto sul volante, estrasse una sigaretta con le labbra.

“me ne offri una?”

Luca non sapeva se era rimasto più colpito dall’improvviso “tu” che gli rivolgeva la ragazza o dal fatto che avesse scartato inconsciamente l’idea che potesse fumare. Che la sua mente, a dispetto delle sensazioni che gli trasmetteva il corpo, l’avesse catalogata come una bambina.

“Scusa, non pensavo che fumassi”

Luca le porse il pacchetto insieme all’accendino

“pensavo che le suore non lo permettessero”

La ragazza sorrise divertita

“certo che non lo permettono” “fosse per loro non permetterebbero neanche di pensare, figurati”.

Si accese la sigaretta e con un gesto improvviso tolse l’altra dalla bocca di Luca infilandogli tra le labbra quella accesa da lei.

Luca sentì il filtro inumidito dalla saliva della ragazza e si accorse con stupore che questa “intimità” gli procurava un’improvvisa eccitazione sessuale, il suo membro premeva con violenza sulla coscia, cercando una via d’uscita dagli slip comprimenti.

La macchina saliva per Via Garibaldi ed ormai mancavano poche centinaia di metri al Befotrofio, erano quasi alla prima entrata di Villa Sciarra, dove c’è il grande Ninfeo settecentesco.

Luca, con una iniziativa per lui non usuale si lanciò in una proposta.

“senti, perché non facciamo due passi dentro Villa Sciarra,? sennò la sigaretta devi buttarla subito, non fai in tempo neanche a dare due boccate”

Nel momento stesso in cui faceva la proposta pensava che sarebbe stata rifiutata, invece la ragazza, rimase silenziosa un breve attimo, poi guardandolo con quegli incredibili occhi azzurri, disse un

“con piacere” che gli fece aumentare i battiti del cuore.

Non riusciva a non mostrarsi un po’ protettivo e quindi chiese:

“sicura che non ti da problemi?”

“no, nessuno” “mi hanno mandata a fare una commissione aVia Arenula e posso dire che il filobus non arrivava perché c’era un’interruzione di corrente”

Luca non potè fare a meno di registrare la prontezza nel trovare una scusa che dimostrava la ragazza e intanto, arrivati all’altezza del cancello mise la freccia a destra parcheggiando a lato del marciapiede.

L’ingresso della Villa era prima della curva dopo la quale il befotrofio sarebbe stato visibile.

Luca scese rapidamente, quasi temesse un ripensamento della giovane, ed anche lei era già in strada che chiudeva la portiera con un tonfo sordo.

Attraversarono velocemente nonostante lo scarso traffico di quella zona senza neanche un negozio e varcarono il cancello della villa.

Davanti a loro subito dopo lo spiazzo d’ingresso salivano le scale che portavano alla parte monumentale, con la grande fontana piena di ninfee e la prospettiva della balaustra in pietra viva che raccordava la parte alta alla parte bassa dei giardini.

Luca camminava lentamente mentre la ragazza rimaneva molto vicina al suo fianco, quasi a contatto di gomito.

“Bhè” disse lui “è ora di dirci il nome”, “io mi chiamo Luca”

“bel nome” la ragazza allungò la mano per stringerla in una presentazione ufficiale alla quale, dovevano averle detto le monache, non si poteva derogare in alcun caso.

“io mi chiamo Anna”

“Anche il tuo è un bel nome”

“Comune, però, in befotrofio ci chiamiamo Maria, Anna, Assunta, o Diletta”. poi fra se “meglio Anna che Diletta”.

“Mi piace Villa Sciarra, la conosco bene”

Anna parlava più a se stessa che a Luca,

“le monache d’estate ci portano sempre a passeggio qui per farci muovere un poco”

“hai ragione, è molto bella” disse Luca

“anche io quando venivo qui da piccolo vedevo spesso i ragazzi dell’orfanatrofio, tutti in fila per due, con le uniformi e mi facevano un po’ pena”.

Si azzittì mordendosi le labbra, forse l’aveva offesa.

La ragazza guardava avanti a sé e non aveva mutato espressione. Sembrava pensierosa.

“Io invece, pensavo un’altra cosa quando venivo qui” “le suore ci dicevano sempre: guardate avanti” fece un attimo di pausa

“io e le mie compagne quando veniamo qui, ancora ad accompagnare i più piccoli, guardiamo qui sotto, noi passiamo sempre lì in alto”

indicò con la mano la stradina che passava sulla costa della pendenza che avevano di fronte era abbastanza più in alto rispetto dove erano loro, partiva dal piazzale principale per arrivare alla villa vera e propria costeggiando tutta la zona da cui erano entrati e che si chiamava “il boschetto” luogo interdetto dalle mamme a tutti i bambini, proprio perché a causa della ricca presenza di vegetazione spontanea, cespugli, radure erbose era il luogo preferito delle coppiette, l’ambiente giusto per appartarsi a scambiarsi affettuosità.

La via principale, lo sovrastava, costeggiandolo dall’alto.

“da lì,” stava dicendo Anna, “guardiamo le coppie qui sotto e ci chiediamo sempre come dev’essere”

“Cosa come dev’essere?”

Anna girò il viso guardandolo fisso negli occhi

“Baciarsi, toccarsi tenersi stretti”

Luca si sentì imbarazzato e come, un ragazzino distolse lo sguardo dagli occhi celesti che sembravano non avere fondo”

“Ma davvero” la voce gli uscì un poco rauca e dovette schiarirsi la gola

“davvero non hai mai baciato nessuno?”

Come prima in macchina, sentì l’onda calda dell’eccitazione scaldargli i lombi , versargli piombo fuso verso l’inguine.

“e dove? Nell’ Istituto? gli unici maschi sono il cuoco e il guardiano” fece una smorfia con le labbra carnose,

“se li avessi visti, non avresti dubbi”.

Intanto si era fermata poggiando le natiche sulla staccionata di legno che fiancheggiava il sentiero. Luca non potè fare a meno di notare che in quel punto erano assolutamente invisibili a chiunque transitasse nella strada superiore e controllavano a vista chiunque entrasse dall’ingresso che loro stessi avevano utilizzato.

“Ma i ragazzi della tua età?”

Lei lo guardava dritta negli occhi, senza esitazioni

“non mi piacciono i ragazzini” “la prima volta che lo faccio deve essere con un uomo, uno che mi sappia insegnare”.

Luca sentiva la bocca farglisi asciutta; un desiderio inusuale si faceva strada dentro di lui, era di sbieco dinanzi alla ragazza che fumava e sapeva che aderendo a quel corpo giovane il suo desiderio sarebbe esploso, l’avrebbe soverchiato. Ma quello era un invito, non poteva far finta di non capire.

Allungò una mano a sfiorare i capelli della giovane, quasi sperando che lei si ritraesse, le facesse capire di essersi sbagliato, di aver equivocato, che lì davanti a lui c’era una giovane orfanella, una ragazzina timida, solo un po’ ingenua.

Anna, invece poggiò la sua guancia alla mano per farsi fare una carezza e quegli occhi azzurri lo fissavano dolci, illanguiditi da uno sguardo d’attesa.

Luca le poggiò la destra sul fianco e si chinò lentamente verso di lei sperando che la ragazza si ritraesse, ma lei gli si fece incontro, il suo corpo aderì al suo con violenza. Il cuore di Luca batteva e batteva e batteva.

Le labbra di lei rimasero chiuse mentre le sue le toccavano ma quando la lingua di Luca cercò di farsi strada non trovò resistenza ed un senso di caldo scese dal suo petto facendogli ingrossare il membro con una tensione dolorosa.

Le premette il sesso sul ventre come per rompere il muro di stoffa che li separava, sentiva il gonfiore del suo pube con una sensibilità dolorosa.

Le sue braccia la stringevano da soffocarla e l'odore del suo corpo sembrava chiudere in se tutti gli odori di quella primavera.

Anna lo teneva avvinghiato, si muoveva con istintività strusciandoglisi addosso, la tensione di lui era allo spasmo e quando la mano destra della ragazza lentamente scivolò verso l'inguine di Luca, il contatto improvviso, le dita che gli stringevano il pene esplorandolo, scendendo verso i testicoli e risalendo lungo la curva del suo membro, appannarono ogni capacità di resistenza ed un fiotto caldo di piacere sgorgò lancinante ed irrefrenabile, assurdamente violento ad inondargli le mutande, scuotendo il suo corpo in sussulti assolutamente incontenibili.

Anna non lo lasciava andare e lui le affondò il viso nella curva del collo incapace di dire altro che il suo nome

"Anna, Anna" "tesoro".

Anna si distaccò da lui, le labbra e le guance rosse, gli occhi lampeggianti.

gli sorrise

"vedi che ho fatto bene ad aspettare un uomo?"

Luca ancora scosso dall'emozione sentì la propria voce, lievemente arrochita dire "posso darti molto più di questo, se vuoi",

"Non ora" disse la ragazza, "ma possiamo vederci fra due giorni, a Viale Trastevere verso le nove e mezza".

Luca era frastornato, gli sembrava impossibile che quel viso da ragazza, quegli occhi meravigliosi stessero promettendogli un amore inaspettato, una passione che intuiva incontenibile.

"Come farai?" "puoi uscire dall'Istituto?"

"Si, il venerdì mi mandano insieme ad un'altra ragazza a portare delle carte nella Casa Generalizia dell'Ordine vicino Via Arenula e per mostrarci la loro riconoscenza per la nostra buona volontà ci lasciano girellare libere tutta la mattina dandoci anche i soldi per un caffellatte al bar.

Venerdì dirò alla mia amica che ho da fare e potremo stare insieme fino all'una."

Luca, sentiva ritornargli una certa capacità di ragionamento, si mise un fazzoletto tra i pantaloni e le mutande per evitare che la macchia che già si intravedeva sul grigio dei calzoni divenisse ancora più evidente.

"Venerdì sarò davanti al cinema dove ci siamo incontrati oggi, ma tu sei sicura che ci sarai?"

"Io ci sarò" la ragazza lo guardava con occhi che sembravano incapaci di mentire. "ma ora fammi andare" "da qui ci metto tre minuti" "e se mi vedono tornare da sola a piedi non faranno troppe domande, mi crederanno se gli dico che visto che il filobus non passava mi sono incamminata ed ho deciso di risparmiare le venticinque lire del biglietto".

Si alzò sulla punta dei piedi per baciare con un tocco rapido e leggero le labbra di Luca e, voltatasi, si mise a correre verso l'uscita della Villa.

"A venerdì" la vide sparire dietro una siepe, riapparire sulle scalette che portavano all'uscita e in pochi secondi via fuori del cancello.

Luca si sedette sulla staccionata e , preso il pacchetto di sigarette dalla tasca della giacca, ne accese una aspirando a fondo.

Aveva bisogno di fare ordine nei suoi pensieri, confusi come il groviglio di fili d'erba che incorniciava le sue scarpe.

Il tempo che lo separava dal venerdì gli sembrava che non sarebbe passato mai.

Ma che sto facendo?

Il soddisfacimento sessuale, l'abbassarsi del desiderio, gli restituivano una certa capacità di giudizio, vedeva la vicenda con un accenno di distacco.

Lui, sposato da nove anni, due figli piccoli, una moglie paziente e innamorata che ci faceva con una ragazza che aveva solo nove anni più di sua figlia?

Come aveva potuto lasciarsi andare in quel modo, tra l'altro bella figura, venire così come un ragazzino ai primi toccamenti nel buio di un cinema.

Ma Venerdì…ecco la sua mente aveva già ceduto il comando al corpo, ed il pensiero di Anna, sola con lui, magari nuda, con la sua pelle da toccare , quegli occhi azzurri socchiusi dinanzi al suo volto e le labbra, dio le labbra, quanto lo facevano star male.

Luca si incamminò verso l'uscita, tra l'altro ora non avrebbe fatto in tempo a raggiungere il bar tabaccheria della Magliana dove sperava di spuntare una buona ordinazione. Il proprietario gli aveva detto che lui sarebbe stato lì dalle 11 alle 11,30 se arrivava dopo non c'era nessuno che potesse far l'ordine al posto suo.

Erano le 11,20 non gli rimaneva che tornarsene verso casa, dall'altra parte della città, nei quartieri nuovi di Piazza dei Consoli, al Tuscolano.

Sarebbe dovuto entrare in bagno zitto zitto per darsi una sistemata e come avrebbe fatto per le mutande? Le lavava sempre sua suocera, se le avesse lavate lui si sarebbe insospettita…bhè c'avrebbe pensato mentre tornava.

Vide la sua macchina nuova e fu come se non l'avesse vista mai prima d'ora, gli sembrava quasi che l'incontro con Anna glielo avesse procurato la sua '600 una specie di angelo custode comprato con le cambiali.

La macchina non avrebbe fatto che procurargli fortuna, cose buone. Giunto davanti la portiera, mentre la apriva con la mano sinistra carezzò il tettino dell'automobile, liscio e tiepido di sole, come il collo di Anna.

Il Venerdì mattina si svegliò prima del solito stanco ed agitato, aveva passato una notte di continui risvegli, era dovuto andare due volte in bagno provocando i brontolii di Renato, suo suocero che aveva la camera da letto attaccata ai servizi ed il sonno leggerissimo.

Aveva già vissuto centinaia di volte l'incontro con Anna, tutti gli esiti erano stati valutati, assaporati, scartati, rimossi.

Ora, però al definitivo risveglio, mentre sua suocera stava preparando il caffè e lui poteva indugiare per altri pochi minuti prima del fatidico richiamo: "Renatoo, Lucaa, c'è il caffè" ripassò tutto il programma nella sua versione definitiva.

Avrebbe incontrato Anna alle 9.30 e sarebbe andato di corsa verso l'ostiense direzione pineta di ostia.

Di giorno feriale, d'Aprile avrebbero trovato un posto isolato senza grossi problemi e avrebbero fatto l'amore anche due volte prima di dover tornare indietro a Roma per l'una.

Aveva cercato di rimandare tutti e cinque gli appuntamenti presi per quella mattina ma era riuscito a spostarne nel pomeriggio uno soltanto; certo se non faceva al più presto qualche ordinativo buono a fine mese soldi a casa non ne avrebbe potuti mandare.

Si alzò infilando le pantofole, prima la sinistra e poi la destra, era un gesto scaramantico che si portava dietro dall'infanzia quando una mattina che aveva trovato ed infilato al piede la sola pantofola sinistra sotto il letto perché la seconda se l'era presa il suo cucciolo di barboncino per portarsela nella cuccia, aveva preso l'unico 10 in aritmetica della sua carriera scolastica.

Arrivato in cucina dalla finestra che dava sul cortile, alle spalle di sua suocera che versava il caffè nelle tazzine, vide con disappunto che pioveva da un cielo omogeneamente nuvoloso, quella pioggerella che a Roma chiamano "gnagnarella" capace di durare giorni e giorni senza smettere mai.

"Meno male che c'ho la macchina", fu il suo primo pensiero, "se avevo la vespa dove la portavo Anna? a passeggiare sotto il colonnato di San Pietro?" l'idea di lui che passeggiava con Anna a San Pietro gli parve buffa e sorrise tra se.

Suo suocero lo guardava con una espressione strana, doveva aver scorto il suo sorriso e la cosa lo aveva sconcertato, non capitava mai che la mattina fosse di buon umore.

"Luca, tutto bene?"

Anche questo era strano, suo suocero che gli si rivolgeva con un tono di voce pacato, quasi benevolo.

"Certo papà" da poco s'era arreso a chiamarlo papà, da quando abitava da lui, per la precisione; prima era sempre stato Renato e basta.

"Mi sembri strano" suo suocero continuava a guardarlo fisso da sopra la tazzina del caffè.

"Mha, sarà il tempo" indicò la finestra, "guarda che acqua"

"Meno male che c'hai la macchina, sennò sai che fracicata?"

"Stavo pensando proprio a questo" Luca fu contento di aver trovato una giustificazione alla sua espressione soddisfatta di poco prima.

"Ancora non m'hai detto di preciso quanto costa"

"Papà ve l'ho detto un sacco di volte, costa 480.000 lire" Luca sentiva salirgli dell'amaro dal fegato alla bocca, sapeva già dove avrebbe portato quella discussione.

"mezzo milione senza interessi, ma alla fine quanto l'avrai pagata, co' tutte le cambiali che hai firmato?"

Papà, saranno pure cazzi miei, no?" Una rabbia sorda gli cresceva dentro, il brutto tempo, quel vecchio seduto al tavolo con la barba ispida, bianca, gli occhi che iniziavano a divenire acquosi e lo guardavano, con ostilità.

Finito di parlare si rese subito conto dell'errore, il suo pensiero riuscì ad anticipare di una attimo la replica del suocero.

"Eh, no, cristo, se permetti sono pure cazzi miei visto che mangi, qui, dormi qui ti fai lavare i panni qui e non riesci a mandare somme decenti a tua moglie, che è pure mia figlia, per tirare avanti i nipoti"

Il suocero era riuscito a mantenere un tono abbastanza tranquillo, come chi parla sapendo di avere ragione.

Luca fece uno sforzo enorme e riuscì a parlare tranquillo anche lui, pur se un leggero tremolio si intuiva nella sua voce.

"La macchina l'ho comprata per lavorare, oggi che piove, ad esempio se dovevo andare in giro in autobus invece delle cinque visite che farò stamattina, ne avrei potute fare due, al massimo tre"

Si, ma c'avevi mezzo milione di più e con mezzo milione vi pagavate l'affitto di casa per due anni, così tu e tua moglie stavate insieme e noi pure vedevamo i nipotini tutte le settimane invece che due volte al mese"

Questa era la fissazione di suo suocero, l'unico motivo per cui non aveva rotto i rapporti con lui: la figlia e i nipotini.

Come se fosse scattato un interuttore a Luca, venne in mente Anna, Anna dagli occhi azzurri che avrebbe visto tra meno di un'ora.

Riuscì a calmarsi e si rivolse al vecchio con un tono di voce cortese.

"Papà, vedrete che, con la macchina, dal prossimo mese i guadagni aumenteranno almeno del cinquanta per cento e in capo a sei mesi Gina e i pupi li faccio venire a Roma, ci troviamo una bella casetta qui vicino e voi i nipotini li vedete tutti i giorni"

Il suocero lo guardava incuriosito, incapace di capire lo scarto d'umore del genero ma troppo forte era la voglia di credere a quanto diceva per continuare a fare polemica.

"Bhè, Luca" il tono era benevolo, "sai che se vi servirà una mano noi ve la daremo, Gina e i piccoli so' tutta la famiglia nostra".

"Grazie papà" Luca era sollevato d'esser riuscito a cavarsela così rapidamente, "lo so, fate già tanto".

Posò la tazzina di caffè sul lavandino, s'avvicinò al vecchio seduto al tavolo e gli mise una mano sulla spalla, un gesto raro tra loro, ed ancora più raro il posarsi della mano di Renato sulla sua, un segnale di tregua duratura.

Luca s'infilò rapido nel bagno per darsi una bella lavata e sbarbata, mentre la lametta passava rasposa nel verso del contropelo, pensò a come vestirsi, biancheria in ordine, camicia pulita, lozione dopobarba passata anche sul torace villoso.

Presa la borsa con i cataloghi e salutati i suoceri, scese di corsa le scale infilandosi rapido nella macchina parcheggiata davanti al portone dalla sera prima, neanche l'ombrello aveva preso, "ma dove ho la testa?" si chiese tra se regalandosi un sorriso come risposta.

La Tuscolana era insolitamente affollata di traffico; Roma quando piove è sempre congestionata. Luca arrivò a San Giovanni abbastanza in ritardo rispetto la sua tabella di marcia ma per fortuna la passeggiata archeologica era sgombra di macchine, giù per viale Aventino ed il ponte di Portaportese lo immise in Trastevere, una svolta a destra, su per il Viale ed eccolo, dopo tre sigarette e cinquanta occhiate all'orologio davanti al Cinema dove aveva incontrato Anna due giorni prima.

Nonostante tutto era in anticipo di tre minuti, erano le nove e ventisette. Di Anna nessuna traccia, sarebbe venuta?

Luca era consapevole che se ci fosse stato un contrattempo, un impedimento, la ragazza non avrebbe potuto avvisarlo ma era troppo presto per preoccuparsi.

Ma ecco Anna spuntare dall'angolo con Viale Trastevere; "dio quant'è bella" pensò Luca nel vedere la ragazza con una gonna plissettata ed un semplice giacchettino di lana moher che le metteva in risalto i seni alti e ben fatti, l’ombrello che la proteggeva, di colore celeste, rendeva ancora più folgoranti i suoi occhi.

"Ciao Luca" Gli occhi azzurri lo guardavano sornioni, consapevoli della loro capacità di ipnotizzare l'interlocutore. La bocca carnosa lasciava intravedere i denti bianchi e regolari, Luca si sentiva travolgere dall'emozione, quella bocca di lì a poco l'avrebbe baciata, ancora non poteva crederci.

"Come stai" parlando alla ragazza cercava di mantenere la voce calda e tranquilla, di non far trasparire il tremito che l'emozione trasmetteva a tutte le fibre del suo corpo.

La macchina partì dolcemente, Viale Trastevere, Piazzale della Radio, una giornata davanti a se che bastava a dare senso alla vita.

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Dalla Colombo Luca, alcuni chilometri prima del pontile si immise nella corsia di destra ed all’altezza della Pineta girò per la prima carreggiabile che si addentrava tra gli alberi.

La ragazza che fino ad allora aveva fumato tranquilla, tenendo la mano sulla gamba di Luca lo osservò interrogativa attraverso la nebbiolina blu del fumo della sigaretta.

“Ma dove stiamo andando?”

c’era un tono di perplessità nella voce di Anna

“Cerchiamo un posto tranquillo”

“Che significa?”

“Come che significa, non vuoi fare l'amore?”

“Ma qui, in macchina?”

“E dove? l'erba è bagnata, purtroppo.”

“Io voglio andare in albergo, non hai capito che per me è la prima volta?

lo voglio fare bene” ora la ragazza parlava con una voce dura, un po’ stridente. All'albergo Luca non aveva proprio pensato; primo non sapeva se tutti gli alberghi davano stanze per una o due ore, secondo in tasca aveva cinquemila e settecento lire ed almeno duemila servivano di benzina per lavorare il pomeriggio e l'indomani mattina.

“Anna io non conosco alberghi a ore, e poi per due ore ti fanno pagare un sacco di soldi.” Luca sentiva un senso di smarrimento salirgli dallo stomaco alla gola. Continuava a parlare

“Qui non c'è nessuno e in macchina stiamo comodi e caldi.”

“Non ci penso nemmeno, ma sai che se vado sulla strada e faccio l'autostop il primo che passa con una bella macchina in albergo mi ci porta appena glielo chiedo?”

“Anna ma che dici”, Luca sentiva la sua voce tradire un’ansia che sapeva avrebbe rafforzato l’ostinazione di Anna.

“Io ti amo” mentre diceva queste parole si rese conto quanto voleva quella ragazza.

“E io no” la risposta di lei arrivò veloce come uno schiaffo, con la durezza che i giovani sanno esprimere verso gli altri.

“Mi servi solo per togliermi il pensiero, capito, c'hai la macchina ma sei un morto di fame.”

“Anna, amore…” lui le aveva posato una mano sulla coscia, come a trattenerla da quello che stava per fare.

“ma che amore, vaffanculo”

La ragazza si girò per impugnare la maniglia della portiera della macchina.

Luca, istintivamente, le mise una mano sulla spalla, per trattenerla, non poteva finire così.

Anna, girandosi di scatto lo colpì con il dorso della mano sul naso, con una violenza incredibile provocandogli un dolore lancinante

Luca d'istinto le diede un pugno sull'orecchio con forza e Anna sbattè con la testa all'angolo della portiera procurandosi un taglio al sopracciglio, il sangue iniziò a scendere copiosamente e la ragazza si spaventò terribilmente.

“Stronzo, ti mando in galera, guarda che m'hai fatto” la voce di Anna conteneva un’intonazione di rabbia selvaggia,

“Anna, scusa, scusa amore, m'hai fatto male non volevo colpirti forte” anche Luca era spaventato.

Ma Anna aveva perso il controllo dei nervi, stava aprendo lo sportello e scesa dalla macchina cominciava a gridare.

“Aiuto, aiuto, aiutatemi”

Luca scese di scatto, il sangue stava trasformando il viso di Anna in un pauroso mascherone

In un attimo si immaginò Anna che diceva ai poliziotti che lui l'aveva aggredita, lei povera orfana di diciassette anni, lo avrebbero interrogato, forse accusato di lesioni, il suocero, gli appuntamenti di lavoro, i figli, tutto gli turbinava in mente proiettando immagini negative, di disperazione, senza via d'uscita.

Raggiunse la ragazza da dietro e cercò di metterle la mano sulla bocca per farla stare zitta

Anna iniziò a divincolarsi, aveva il fiatone, un occhio semichiuso dal sangue, l'altro sbarrato che lo guardava con odio e paura, gli graffiò il viso con le unghie e Luca la sbattè con violenza addosso ad un albero.

“Ferma o t'ammazzo, troia”

neanche gli sembrava la sua voce quella che aveva lasciato uscire quel sibilo, la ragazza era scivolata ed ora era seduta con la schiena poggiata all'albero, la gonna inzuppata di fango e sporca d'erba bagnata, la mano che cercava di far presa sul terreno per rialzarsi, continuava a gridare in un unico tono lancinante.

Luca vide un ramo di pino a mezzo metro vicino alla sua scarpa, lo raccolse ed ancora prima di pensare a niente altro che non fosse farla stare zitta, la colpì con tutta la sua forza sulla testa.

Il primo colpo l'aveva ammazzata, le aveva fracassato la tempia ma Luca continuò a colpire due, tre, cinque sette volte e colpiva, colpiva, fino a che la testa di Anna si ruppe, come un favo di miele lasciando uscire sangue e materia cerebrale.

Luca si fermò di colpo ed iniziò a vomitare, piangeva e vomitava.

Non sapeva quanto tempo era passato, riusciva nuovamente a sentire il rumore della pioggerella, sulle foglie dei cespugli, ogni tanto una goccia più grande faceva un rumore diverso scivolando giù da un ramo.

Distolse gli occhi dal corpo senza vita della giovane e mano a mano gli tornò la capacità di ragionare.

"Devo nascondere il corpo" "non devo farlo trovare". "Nessuno ci ha visti insieme" mi serve qualcosa per seppellirla, qui non la troverà mai nessuno.

Prese la ragazza per i piedi e la trascinò nel folto della macchia, poi con rami di pino ed aghi coprì il corpo rendendolo invisibile anche da chi, cosa improbabile, fosse passato a pochissima distanza.

Con le scarpe fece tornare a verso l'erba piegata dal peso del corpo. Si sentiva incredibilmente lucido ed in grado di ragionare.

Nella strada che aveva preso deviando dall'ostiense, aveva visto un cantiere senza nessun operaio; con la pioggia non lavoravano.

Se avesse trovato una pala, avrebbe potuto scavare. Era troppo rischioso andare a comprarla, quella era l'ultima alternativa.

Gettata un'occhiata al cespuglio tornò verso la macchina

Nell'abitacolo riusciva a percepire ancora l'odore di Anna, ma non riusciva ancora a cogliere il senso di ciò che aveva fatto.

Guidò la macchina lentamente osservando le impronte lasciate dalle ruote in precedenza e che ora, come i sassolini di pollicino lo stavano riportando verso la strada principale; nessun altro segno di gomme si sovrapponeva ai suoi e questo significava che altre macchine non erano nei paraggi.

Giunse sulla strada principale ed iniziò a percorrerla a ritroso verso l'Ostiense, prima di quanto si aspettasse, scorse il cantiere dei lavori stradali. Rallentò guardando se vi fosse presenza di operai.

Non si vedeva nessuno.

Fermò la macchina facendo attenzione a metterla di sguincio così che, se qualcuno fosse passato all'improvviso non avrebbe potuto vedere la targa. Scese lasciando il motore acceso e cautamente si avvicinò alla porticina della baracca di assi e lamiera che serviva sicuramente da deposito degli attrezzi.

La fortuna era dalla sua, la porta era chiusa da semplice filo di ferro, evidentemente non custodiva oggetti di valore. Luca sentì assalirlo il timore di non trovare ciò che cercava. Con le dita bagnate dalla pioggia afferrò i due estremi del fil di ferro iniziando a svolgerli, anche senza pinze in pochi secondi riuscì ad aprire, guardò dentro la baracca che ad un primo momento gli sembrò desolatamente vuota. Con il cuore che batteva entrò dentro e nell'angolo opposto all'ingresso, insieme ad un cavalletto ed una carriola con la gomma sgonfia, vide quello che cercava, una pala poggiata alla parete insieme ad un piccone con la punta rotta.

La pala era di quelle da calce, a punta tonda e con il bastone grossolano, ma per lui era più preziosa che se fosse stata d'oro massiccio.

Prese la pala e, richiusa alla meglio la porticina, risalì in macchina facendo per la seconda volta il percorso verso il punto dove era il corpo di Anna.

Scrutava attento per cogliere altre presenze, ma la pioggia che continuava a cadere teneva la gente lontano dalla pineta.

Arrivò nella radura dove aveva nascosto il corpo e rimase seduto in macchina pensando a tutte le future mosse da fare. Non doveva fare errori, se fosse riuscito a nascondere il cadavere per un bel po' di tempo, nessuno sarebbe potuto risalire a lui, nessuno sapeva con chi doveva vedersi la ragazza, anche la sua amica poteva al massimo conoscere il suo nome, Luca ma non l'aveva mai visto ed Anna di lui sapeva proprio nulla.

Rapido si tolse la giacca, la, camicia ed i pantaloni non poteva inzupparli sotto la pioggia e rischiare di sporcarli più di quanto già non fossero sporchi. Anzi solo quando fossero stati asciutti avrebbe potuto togliere le tracce di fango.

Si guardò attorno con attenzione e scelse un arbusto bello e frondoso cresciuto al riparo di una macchia d'alberelli un po' più alti.

Rapido scese dalla macchina a piedi nudi, canottiera e mutande ed iniziò a scavare rapido intorno al tronco dell'arbusto, riuscendo a svellerlo senza danneggiarne troppo le radici. Sentiva un'energia inesauribile nelle braccia e la pala affondava profondamente nella terra bagnata. Il piede nudo si poggiava al bordo di ferro dell'attrezzo per aiutare le braccia nella spinta ma nessun dolore arrivava ai terminali sensori del cervello di Luca.

Scavare, scavare, scavare.

Non appena la buca gli sembrò sufficientemente larga e profonda afferrò il corpo della ragazza e trascinandolo per le caviglie lo portò nella buca. Si sentiva addosso un’eccitazione come quando si ha la febbre a quaranta, il suo cuore pulsava forte e teso, la pioggia che gli scivolava sul corpo non riusciva a fargli sentire freddo.

Lungo il terreno dove aveva trascinato il corpo c’era sangue e materia cerebrale, fece attenzione a tirare su tutta la materia organica che vedeva con la pala ed a gettarla nella fossa, poi stese sul corpo alcune palate di terra.

Era incredibile il distacco che sentiva tra se e quelle gambe nude, sporche di terra bagnata che ad ogni palata di terra sembravano divenire più bianche per contrasto. Il suo cervello riusciva a scorgere particolari in maniera fredda, come un obiettivo fotografico. La camicetta bagnata faceva vedere il disegno del reggiseno, uno spicchio di azzurro si vedeva tra la palpebra socchiusa ed il sangue scolorito dall’acqua che ancora rimaneva sul volto della ragazza.

Rapidamente riuscì a coprire con la terra l’intero corpo, prese l’arbusto che aveva dissotterrato prima e lo posò al centro della buca facendo attenzione a stendere bene le radici, quella pianta avrebbe avuto molto concime per crescere bella e robusta.

Finì di gettare la terra intorno al fusto del giovane albero e poi con calma meticolosa si allontanò di alcuni passi per intagliare con la punta della vanga alcune zolle di erba che gli servirono per mascherare alla meglio le tracce di terra scavata di fresco.

Certo un osservatore avrebbe visto subito che lì era stato mosso il terreno di recente ma, gettate alcune fronde tutt’intorno alla pianta che ormai poggiava sul corpo di Anna fu abbastanza sicuro che solo chi avesse guardato con attenzione avrebbe potuto insospettirsi. Se poi avesse continuato a piovere per altri due o tre giorni il terreno si sarebbe livellato ulteriormente e bisognava considerare poi che, in quella parte della pineta, la gente di quella stagione ci andava solo in macchina.

D’improvviso sentì freddo ed uno spasmo fortissimo alla pancia.

Risalì in macchina mettendo in moto e si allontanò lentamente per riportarsi sulla strada carrabile, percorsala per alcune decine di metri deviò ancora verso l’interno, fuori dagli sguardi di altri improbabili automobilisti.

Prese dal sedile posteriore il plaid che aveva messo in macchina pensando a quanto sarebbe stato bello starsene lì sotto dopo l’amore con Anna e rannicchiatosi sul sedile reclinato si lasciò andare al sonno che arrivò immediato, come se il suo corpo avesse perso d’un tratto ogni energia, un motore elettrico la cui spina viene tolta dalla presa.

Si svegliò di soprassalto, senza capire dov’era, i finestrini rigati di pioggia lasciavano entrare ancora la luce del primo pomeriggio, un’occhiata all’orologio, aveva dormito un’ora scarsa. Un freddo terribile gli scuoteva il corpo. La canottiera era ancora umida e sporca da far paura. Se la tolse e la usò per pulire i piedi dalla tracce di terra che aveva ancora tra le dita. Aveva ucciso una donna, aveva ucciso una persona, questo pensiero era lì dietro ogni suo respiro ma il cervello lo teneva confinato in un angolo come un bastone tiene a bada un cane nella cuccia, sai che se esce ti morde, ti sbrana. Si infilò calzini, camicia, e, con un po’ di contorcimenti anche i pantaloni, si rifece il nodo della cravatta ed indossò la giacca. I vestiti asciutti gli diedero un senso di sicurezza, il contatto con la familiarità di tutti i giorni sembrava quasi testimoniare che non era successo nulla di grave, il quotidiano era ancora lì, poteva riavvolgerlo con la sua sicurezza, sostenerlo nei suoi passi.

Si diede un’occhiata critica; i vestiti erano abbastanza stazzonati ma in fondo se uno un po’ prende pioggia e poi sta in macchina non riesce a rimanere un lord.

Si tolse con un lembo della canottiera ogni traccia di terra dal viso, era pallido da far paura e gli occhi sembravano avere i bagliori della febbre ma un the caldo l’avrebbe aiutato a star meglio.

Prese il cacciavite che aveva nel cruscotto e mentre lo impugnava pensò che se avesse ucciso Anna con quello avrebbe sporcato di meno, ebbe paura di quel pensiero, si stava abituando a pensare da assassino? Lui che teneva in braccio i figli con la paura di stringerli troppo, di fargli male? Lui che non riusciva ad uccidere neanche un gattino randagio o che quando era ragazzo provava pena per i passeri colpiti dalle fionde dei suoi coetanei?

Con la punta dell’utensile incise canottiera e plaid lacerandoli poi in strisce irregolari.

Rimise in moto la macchina mettendo il riscaldamento al massimo e si avviò sulla strada del ritorno. Sulla strada c’era ancora solo il solco dei suoi pneumatici, i cui bordi erano già smussati dalla pioggia che continuava a scendere fitta e leggera.

Allontanatosi di alcune centinaia di metri dalla zona prese un altro viottolo che portava nel folto degli alberi, abbasso il finestrino e gettò in mezzo ad alcuni arbusti parte dei brandelli della canottiera, dopo alcune decine di metri ripetè l’operazione con pezzi di plaid, girò per un sentiero laterale e buttò ancora pezzi di stoffa. Qualcuno trovando una canottiera nuova ed un plaid nuovi gettati via avrebbe potuto insospettirsi; pezzi di stoffa, invece, si mescolavano ai rifiuti che qui è là disseminavano la pineta.

Poco prima di lasciare il folto degli alberi, di riprendere la Colombo per tornare in centro, getto la pala dopo averne pulito bene il manico da ogni possibile impronta delle sue mani.

Il rumore sordo della pala che toccava il terreno gli riportò, ingigantito nel cervello il rumore della terra che si posava sul corpo della ragazza.

La Colombo era pochissimo trafficata, erano da poco passate le due ed i romani in gran parte erano a pranzo, chi a casa chi alle mense degli uffici o in qualche bar a mangiare panini.

Sentiva allentarsi una morsa che gli aveva serrato lo stomaco sino ad allora ma il pensiero del cibo gli provocava nausea.

Mano a mano che la tensione si allentava sentiva l’angoscia prenderne il posto.

Gli sembrava di sentire nella macchina ancora l’odore di Anna, la voce allegra di quando l’aveva salutato. Senza poterle fermare delle lacrime iniziarono a scendere sulle sue guance, il tergicristallo con il suo movimento regolare toglieva la pioggia dal vetro della macchina ma tutto sembrava farsi più opaco istante dopo istante. Passava il dorso delle mani sull’interno del parabrezza e poi sui suoi occhi, sembrava ci fosse nebbia, la macchina viaggiava veloce, intorno ai cento chilometri l’ora, il riscaldamento gli soffiava aria calda sul collo, si sentiva strano, aveva voglia di arrivare a casa, voleva mettersi a letto, dormire, non pensare a nulla.

D’improvviso due stop rossi lampeggiarono a pochi metri dinanzi a lui, Dio, c’era un camion e non l’aveva visto, sterzò di colpo frenando. La macchina inizio a scivolare sull’asfalto bagnato roteando su se stessa, tutto era così irreale, il vorticare degli alberi, il portaoggetti che si apriva facendo cadere il libretto di circolazione e la scatoletta di liquerizia che teneva lì dentro, anche la sua testa roteava tirata in quel valzer assurdo, senza musica, senza volti.

Lo schianto contro l’albero fu violentissimo, la portiera della seicento si spalancò di colpo e Luca si sentì proiettato fuori, la sensazione dell’asfalto che in un attimo mangia la manica della giacca e poi morde ferocemente la pelle, il mento urla dolore mentre la carne viene portata via e poi la tempia che batte violenta spegnendo i colori tutt’attorno, annerendo la luminescenza dei fari filtrata dalla pioggia, quei fari che ti vengono incontro, occhi freddi che ti fissano senza vederti.

…..

Luca sentiva una voce chiamarlo, sembrava quella di Gina, sua moglie, ma no Gina era morta, no… non era lei che era morta, era lui, si. lui sotto la macchina, i fari arrivavano.

Sentì uno strano calore lì da qualche parte, capì che una mano toccava la sua. Con un enorme sforzo riuscì ad aprire gli occhi, la luce che veniva dalla sua sinistra rendeva scura la figura china su di lui, una donna. Ai piedi del letto una spalliera bianca. Un ospedale, era in ospedale.

“Luca, mi senti?” “Tesoro rispondimi” era Gina. la sua Gina. Ma cosa era accaduto?

La pineta…la ragazza… si guardò attorno pensando di scorgere un poliziotto o un carabiniere seduti vicino al suo letto. Nessuno, solo un altro letto vuoto alla sua destra e due accostati alla parete di fronte con un uomo che leggeva ed uno che dormiva.

Guardò verso Gina, riusciva a scorgerne i lineamenti anche se in controluce.

Cercò di parlare, ma dalla gola uscì solo un rantolo.

“Non sforzarti Luca, sei stato tanto male, ma ora va meglio, tra un po’ sarai guarito del tutto” la voce di Gina era rassicurante, premurosa. Dal suo tono capì d’essersela vista davvero brutta.

“Hai avuto un incidente terribile, quando sei arrivato qui al CTO pensavano saresti morto entro un paio d’ore.”

Gina gli carezzava lieve lieve la fronte, parlava sommessamente voleva raccontargli cosa era accaduto, come se raccontarlo mettesse l’incidente nel passato, una cosa accaduta dalla quale ormai si può solo uscire.

“Pioveva, la tua macchina deve aver sbandato, non ci sono state altre vetture coinvolte, sei uscito di strada e l’urto ad un albero ti ha scaraventato fuori, un’altra macchina che veniva dietro di te s’è fermata, c’erano due persone che quando ti hanno visto così ridotto ti hanno caricato su è portato in ospedale. E’ stata la tua salvezza, se aspettavano un’ambulanza morivi lì.”

Quel “morivi lì” era carico d’angoscia, povera Gina quanto lo amava ed anche lui, in quel momento l’amava e se avesse sempre ricordato d’amarla avrebbe vissuto meglio.

Luca riuscì a modulare l’aria che gli usciva dalla gola ed a dire: “Gina”

“Luca, amore sta tranquillo, è tutto passato”.

“la macchina?” voleva sapere se era stata esaminata dalla polizia, non era sicuro di aver tolto davvero tutte le tracce della ragazza, avrebbe dovuto farlo il giorno dopo, con calma.

“Luca della macchina non te ne deve importare niente” Gina pensava lui fosse preoccupato per i soldi che era costata.

“Era ridotta così male che la polizia, dopo i rilievi dell’incidente, l’ha fatta trasportare da uno sfasciacarrozze” “Non è recuperabile”

Gina lo guardava intensamente, voleva capire come l’aveva presa, poi, cambiando discorso:

“Ma guarda Luca, che io non voglio assolutamente che tu riprendi il tuo lavoro, su e giù tutto il giorno, prima con la Vespa, ogni volta che squillava il telefono avevo paura che tu ti fossi fatto male; poi ora con la macchina che ti porta a lavorare fuori città”

“E poi c’è una novità e tu devi dire di si” parlava concitata come se dovesse trovare nella fretta il coraggio di dire ciò che stava per dire.

Luca la guardava attento.

“Papà ha avuto un’offerta dal fratello che vive in Argentina, ha una fabbrica di materiali plastici che sta andando bene. Ha proposto a papà di diventare socio portando i capitali della sua liquidazione. C’è lavoro anche per te nell’azienda”

“Luca sentì il cuore farsi leggero, andare via, in Sud America, lontano da ogni cosa, da ogni strada che gli avrebbe potuto riportare alla mente quel maledetto venerdì”.

Gina lo scrutava, riprese a parlare.

“Lo so che tu vuoi cavartela da solo ma questa opportunità non si ripresenta. I ragazzi sono ancora piccoli e possono andare a scuola lì, lo zio Stefano ha scritto che c’è una bella casetta accanto la loro che si può affittare per un decimo di quello che costerebbe in Italia ed i guadagni cominciano ad essere molto interessanti”

Luca continuava a guardarla in silenzio.

“Quando papà gli ha detto quanto guadagni con il tuo lavoro, lo zio ha detto che la stessa somma lì puoi farla in una settimana e che in un paio d’anni potremmo mettere via abbastanza per comprare una casa nostra”

Luca si vedeva già in Argentina, con un sole caldo e suoni nuovi, una nuova vita, era un segno del destino. Il passato poteva essere cancellato, se mai qualcuno avesse scavato in pineta come sarebbero potuti arrivare a lui?

Gina interpretava il suo silenzio come una forma di dissenso. Decise di dirgli tutto:

“Guarda che se rimaniamo qui, tu non potrai fare il lavoro che fai, non puoi più strapazzarti, ti hanno tolta la milza e forse la gamba destra, forse ho detto, rimarrà un poco più corta dell’altra”.

Stranamente a Luca questa notizia dava una sorta di serenità, non essere più come prima, quello di prima gli sembrava lo avrebbe allontanato dal suo gesto, chi aveva ucciso quella ragazza aveva la milza e le due gambe uguali, quindi non era lui, lui non aveva fatto nulla.

“Gina”, la sua voce era un po’ più forte “Ne parleremo ma in linea di massima va bene”

“Oh Luca, oh Luca” sua moglie non riusciva a dire altro, questa accettazione così rapida era inaspettata, la interpretava come un segno d’amore nei suoi confronti, un sacrificio sull’altare della convivenza che era quasi la testimonianza di un ringraziamento, da parte di Luca, per essersi potuto affacciare nuovamente alla vita.

“Sapessi quanto saranno felici papà e i bambini” la gioia di Gina era palpabile, parlava con un tono che Luca non sentiva da anni.

“Sarà una vita tutta nuova” mentre lo diceva Gina non immaginava quanto questo servisse a Luca e le lacrime che vide balenargli negli occhi la lasciarono un attimo perplessa, dubbiosa che il sacrificio che suo marito stava facendo fosse davvero grande.

La mano di Luca strinse la sua ed un leggero sorriso riuscì ad increspare le labbra bruciate dalla febbre.

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Luca rimase in ospedale altri quaranta giorni. La sua gamba destra rimase uguale alla sinistra ed in Argentina divenne un imprenditore di discreto successo.

Anna dorme ancora nella Pineta di Ostia.


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permalink | inviato da Lavitaèquestoscialo il 4/11/2008 alle 18:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
per la mia amica Fioredicampo
post pubblicato in diario, il 4 novembre 2008


cina speranza poveri obama
continua



permalink | inviato da Lavitaèquestoscialo il 4/11/2008 alle 18:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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